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quartadicopertina
mai fidarsi dei titoli (isabella tramontano)


Diario


16 febbraio 2015

le ragazze dell'est

Il giovedì è il giorno della "polacchità" a N.I..
Le donne dell'est hanno il loro pomeriggio libero oggi e riempiono bar, occupano panchine, mi fanno sentire a Cracovia con la loro lingua sillabosa.
Hanno un profumo sempre troppo forte e troppo dolce, e le labbra con i rossetti opachi anni '80. Loro mi ricordano che esiste l'ombretto celeste e la solidarietà femminile, il fucsia e la conversazione vis à vis.
Una signora anziana pensa che "essere polacca" sia un mestiere, alla sua ha chiesto: "da quanto fai la polacca?".
Io ho conosciuto la prima vent'anni fa e mentre stirava diceva "tua mamma è una zoccola" in polacco, ne sono certa. L'ultima, qualche anno fa, devo averlo pensato di me, ma in russo. Sempre est è.
Il mio professore di sociologia ripeteva spesso che ci avrebbero rubato gli uomini, però mio padre se ne è andato con la vicina di casa, nata e cresciuta vicino casa mia. Pasciuta qui, a casa mia.
La prima volta che ho capito che esisteva un est è stato quando l'Ucraina è stata abolita (o è stata costituita) e in tivvù si sentiva una contadina gridare "UCRAIIIIINAA UCRAIIINAAA". L'ultima oggi che è giovedì. Me ne dimenticherò, dell'est, e giovedì prossimo me ne ricorderò di nuovo, del giovedì e dell'est.

Le ragazze dell'est di Claudio Baglioni mi piace un sacco.




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8 gennaio 2015

I got the blues on me

Non amo le commemorazioni,
ché ricordare assieme non è "ricordare la stessa cosa" e se te la racconto tu mi dici "io invece", però ho bisogno dei miei di ricordi e me li tengo per me e tu per te, che è meglio.

Cum-memorare tutti - in 50000 o in 50, ma anche 30 - non mi piace,
ché sicuramente in quel momento non starò ricordando il "commemorato" ma starò facendomi spazio tra la gente o avrò fatto tardi o presto "eglialtridovestanno?".
E il commemorato l'ho ricordato - quasi senza volere - nella mia stanza, mentre guidavo per andare al supermercato, in sogno, nel bagno. L'ho ricordato.

Ricordare con, no no,
e il dolore collettivo che si autoalimenta, che cerca - e deve farlo - un'estetica, quella promiscuità di afflizioni, no no - oddio no - non mi piace. Pubbliche la gioia e l'indignazione, ma il "mi ti ricordo", io (a) te, lo faccio io con "io", dove sei, sei. Tu.


E non ho commemorato con me finché non sono stata certa che è vero, consultando "wikipedia-biografia", maledetta incredulità.

"i got the blues on me"


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21 ottobre 2014

"dovevo fare del cinema" (f.g.)

In questo periodo siamo tutti a dire ciò che sappiamo fare, ma che la società, la congiuntura, la politica, il sistema non ci hanno permesso di realizzare.

Bene, io voglio dire ciò che non so fare, che forse avrei potuto fare perché nessuno mi ha impedito (chiaramente) di iniziare, che però non faccio e non farò, ma a cui ho aspirato (anche soltanto per poco).

(Premessa: bimbetta, "da grande" non volevo far nulla di particolare, nessuno me lo chiedeva e quindi procedevo tranquillamente in avanguardia con i tempi moderni: la confusione inconsapevole)

Avrei voluto fare la controllora FS, e questo l'ho desiderato per quasi tutto il periodo universitario. Mi piacevano la divisa, l'idea di svegliare i viaggiatori dormienti con uno squillante "biglieeeettiiii", l'obliteratrice manuale. L'avvento dell'eurostar, senza scompartimenti con porte da aprire con veemenza e  intimità da violare; le prenotazioni on line e le poche opportunità di prendere clandestini chiusi nel bagno, be', mi hanno fatto desistere. Poi si cammina troppo (i treni son lunghi).

La mia attenzione si è spostata sulle stazioni, ma non per lavorarci. Avevo sentito che la Wertmuller aveva scovato l'attrice di Ninfa Plebea a Roma Termini. Iniziai - nella mia transumanza N.I. - Siena - a guardarmi intorno: vuoi vedere che qualcuno becca pure me e mi "fa fare del cinema"?
A parte che nessuno mi ha mai notata, bisogna dire che arrossisco e faccio la voce da bimbaminkia pure per chiedere un caffè, quindi l'attrice proprio no. Mai studiato recitazione tra l'altro.

Be', l'agente segreto chi mi conosce sa che è ciò che potrei fare se non fosse che il mio interessamento per il prossimo si spegne troppo presto e troppo spesso. I servizi Segreti avrebbero dovuto farmi infiltrare in ambienti veramente intriganti, ma - be' -  pure la ciccia dell'intrigo è sempre quella: mi sarei annoiata.
Poi morire di antracite per me che guido a 30 Km/h sarebbe stato uno smacco troppo forte, non amo il rischio.

Una volta pensai mantenuta e in questo caso il rischio è veramente altissimo: avversa come già detto, ho lasciato stare.

E poi: spazzina. Sì sì: solo io a ramazzare e a pensare ai fatti miei. Qui mi sa che veramente son troppo qualificata.
Fioraia, ma di fiori secchi, ché quelli recisi freschi mi sanno di "cadavere". Fiorista, ecco, ma ho la manualità e il senso estetico di una persona senza una mano e ipovedente (avrei vissuto di pensione di invalidità se fosse stato così).
Suggeritrice di idee, però ho idee troppo strane per essere assunta e pagata per i miei pensieri.
Manutentrice di panchine, ossia raschiare, lucidare e dipingere le sedute pubbliche (mia seconda casa), ma purtroppo adesso sono in voga quelle in ferro battuto, tra l'altro scomodissime.
Degustatrice di caramelle e qui la golosità da girone dell'inferno mi toglie ogni possibilità perché ci vuole senso critico.
Suora? Altro girone (!), no no, bocciato.
Statua vivente epperò sono troppo nevrotica per star ferma, anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo sorridere all'improvviso spaventando i bambini.

Potrei pure cercare di vivere - il lavoro serve a vivere - di titolo di Migliore Cittadina di N.I. e sfruttare l'immagine dato dall'encomio (lo merito, secondo me eh), oppure di quello di Figlia Ideale (e mamma dovrebbe abbattere il resto della prole) ma sono procedure lunghe.

Intanto Faccio
sì, giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose











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8 ottobre 2014

senti-nelle (mie emozioni cosa c'è)

Ero all'unversità, lontano da casa, in un posto in cui al mio compleanno nevicava sempre e io ogni anno compravo una torta gelato.

Un anno fioccava come se non ci fosse un domani e una mia coinquilina mi bloccò sulla porta e disse:"no, quest'anno vado io a comprare la tua torta. Posso evitare quella gelato?".

Tornò con un bellissimo dolce e un libro. Posò tutto sul tavolo della cucina buia, dove mi stavo riscaldando le mani accanto al forno e  - sì - mi baciò.
Mi baciò di quei baci che dicono finalmente, non ce la facevo più e se ti allontani mi spacchi il cuore, sussurrava - quel bacio - ma non l'avevi capito?

L'ho baciata, anzi: ho accolto il suo bacio, perché aveva un senso e "senso", era carico molto più di tanti dati da uomini legittimati dalla loro forma a incastro con me. Quel bacio non aveva incastri e non li voleva, perché siamo persone e non mattoncini LEGO.

Ci siamo baciate una volta e per sempre e poi mai più.
Le ho detto:"ehi, io ti voglio bene"
Lei:"sì, ma io molto di più"

Lei mi aiutò ad andare via - scatole scatoloni valigie e beauty-case - da quella città lontana lontana, dove c'erano mattoncini LEGO e Persone, dove al mio compleanno nevicava sempre, e sempre - tranne una volta -ho mangiato una torta gelato.

ammmèn (amen)





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17 febbraio 2014

storie d'amore e d'anarchia

"mamma, ma tu mi hai portato in America per quel problema, vero? io lo dico a tutti!"

"no, amore mio, ti ho portato all'ambasciata americana a Roma. Avevo letto che Bronson l'aveva risolto e avrei voluto andare negli U.S.A., però non avendo soldi ho pensato bene di andare a chiedere aiuto agli americani in Italia. Eri piccola piccola, ti tenevo per mano, e abbiamo scavalcato le catene di ingresso. I militari americani ci hanno circondate, muniti di mitra. Alla fine siamo andate dall'ambasciatore, però nulla, amore mio. Ti avevano promesso un regalo alla befana, sai? Non ti ricordi?"
"no, mamma, io ricordo che tu sei stata in America"

scherzi dell'amore, ma non so quale sia il più beffardo, se il mio per lei o viceversa


"non voglio essere amata come figlia. Voglio un amore fondato sulla stima, voglio premi per merito sentimentale, non per diritto ereditario; non "baci nel sonno" ché non abito con te: come fai?; voglio la tenerezza perché anche io mi faccio tenerezza; e fiducia, tu a me  e io a te; voglio te come sei e sapere che anche tu - ogni giorno - ti domandi cosa sto diventando; voglio sentire pulsare il nostro sangue, non ascoltarne il richiamo - mamma, non lo sento... -, voglio amarti senza paura che non ti piaccia come lo so fare, perché io mi sono fatta amare come tu sai"

"amore mio, sono stanca"

l'anarchia dei sentimenti strema

(mia madre non mi ha chiamato "amore mio". Lei ama senza nomi)





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5 gennaio 2014

"mi fanno male i capelli" (Deserto rosso)

E'un po' che penso all'incomunicabilità, paradossalmente proprio adesso che incontro moltissime (troppe?) persone, proprio in un'epoca di iperdialogo (WhatsApp, altra sferzata): proprio ora che ho la testa piena di chiacchiere.

Sarò diventata io sorda o sciocca (chi può dirlo e perché escluderlo?), però è troppo tempo che non ascolto (piccole)grandi storie, che non son stata sorpresa da frasi indimenticabili, commoventi o da risate spanciate. L'ultima volta questa estate con lui in auto, ma qui si vince a mani basse.

Il punto è che c'è confusione, non capiamo o non vogliamo capire cosa ci stanno chiedendo, sbagliamo le domande, non cogliamo i toni, preferiamo comunicare attraverso buonanni (e si può desiderare veramente un anno fantastico per chiunque? cazzo, lo trovo così qualunquista e formale...), buonatali, tantiauguri, tuttobene, che correre il rischio di stabilire un rapporto sincero. Ed essere sinceri in un dialogo non vuol dire da domani sei il mio miglior amico, ma - mi sa- essere il miglior amico di se stesso, dribblando la banalità e il rischio di essere stramaledettamente noiosi.

Se dico "ciao" e non mi fermo, allora è "ciao", punto.

Se dico "ciao", ti abbraccio e non mi spingo a un "come stai?", voglio che tu sappia che di te mi interessa, ma non è il momento per dirmi "come ti butta".

Se ti chiedo "come stai?", devi dirmi come stai, non mi devi liquidare con un "tutto bene"; devi rischiare che io usi tutto contro di te o ne faccia un tassello per un'amicizia o dimentichi un attimo dopo, come un libro di cattiva letteratura, di quelli dove il protagonista è un redivivo Remì a cui muore la scimmietta e si piange addosso, oppure dove c'è un supereroe poco credibile, un conquistatore "ingravidabalconi", una femminista piccolo-borghese, un parveneu punito da soldi facili. E ti prego, se ti chiedo "come stai?", non farmi nomi e cognomi, raccontami una storia e tanti pensieri: non mi annoiare.

Se ti dico "senti odore di brioches?", vuol dire che forse non ti sto ascoltando più: ricordalo.

E se mi chiedi come sto, allora ascolta la risposta altrimenti - ricordi? - esistono i rapidi "ciao", eh.

E se mi dici "ciao" e non siamo amici, basta un'alzata o al massimo una stretta di mano: non son tipa da "carissima, ciao, smack smack".

Non mi riservare invidia, la felicità è un bene divisibile all'infinito; se mi vedi piangere, sentiti onorato (io lo sono per quelle di chiunque), non mi chiedere "chi?", ché chi non importa, importa come. Riporterai i miei pensieri? poco male: ho scoperto le carte, io. Se ti domando "cosa ne pensi?" non assecondarmi: non credo al pensiero unico. Non ti annoierò, giuro, o cercherò di capire se "senti odore di brioches".

Parliamoci sinceramente di niente.

E parliamo piano, con toni bassi, come Manuel Fantoni mentre racconta di un cargo battente bandiera liberiana


19 dicembre 2013

"And no one dare/Disturb the sound of silence"

Dopo 2765 possibilità di comunicare qui - troppo spesso colte, mi sa -, oggi mi rendo conto di quanto sia stancante volerlo fare. Più che stancante, ecco, oggi come oggi il farlo ha un sapore di presunzione, di narcisismo, di autocompiacimento, di inutilità. 

Ci sono troppi modi per comunicare e tutti comunichiamo. Meglio peggio, ironici o profondi, ma siamo sempre lì a palesare il nostro pensiero. E abbiamo un pensiero per tutto, e confondiamo la libertà di averlo col dovere di dirlo. Sì, ci si riferisce agli amici; no, non siamo obbligati a leggere, ma mi chiedo dove sia finita l'intimità - la nostra e la gelosia per essa -, il desueto "pudore". Tra le righe, con faccine, in quattro paroline o con una citazione, ci si svela così, a tutti (a tutti gli amici, gli amici degli amici e i conoscenti degli amici degli amici; si resta impressi sullo schermo di un telefonino che passa da una mano a un'altra - chi può dirlo? si resta impressi così), con l'incosciente spunta sui parametri della nostra "privacy".
Altra cosa: visti i nuovi mezzi, siamo estremamente sintetici e istintuali: penso, dico. Passata la moda del blog, i nuovi post vogliono meno cura (chi può sbagliare in 180 caratteri?) e - se volessimo dargli un valore maggiore - spiegano e contengono meno. Sì, forse è la poca cura che mi scoraggia di più: non si cercano le parole giuste per esprimere un stato d'animo, si va sull'emoticon; non si va accapo, fai invio e poi un altro post; un cerchietto verde indica che siamo disponibili a parlare o un timer dice da quanto tempo non lo siamo; una spunta dice se abbiamo letto, però non abbiamo risposto. E non ci raccontiamo più storie, facciamo la cronaca della nostra vita. Non mi basta.

Rimpiango i blog, dove si sceglieva un titolo per i propri pensieri e anche i propri pensieri; mi mancano le mail, con un oggetto e un ricercato congedo; le lettere con l'indirizzo di casa mia e il male alla mano del mittente, che era un "mitt" in alto a destra, con luogo e data di proprio pugno; anche gli sms, di quelli divisi - 1/3 2/3 3/3 -, che facevano attesa mia, fatica tua, anche di quelli ho nostalgia.
Ho nostalgia del telefono di casa, delle corse per rispondere, di me seduta accanto all'apparecchio in lacrime e "no, non alzo la cornetta: è lui", del "mammaaaaa eeeeè peeeerrrr meeee", dell'anonimato svelato subito, ma per un attimo anonimato. 
Mi manca qualche "non lo so, non ne ho idea", qualche silenzio, i "chissà adesso dove sarà", la sensazione di essere andata dove nessuno sa. Anche il senso di impotenza che dà il "non detto": pure quello vorrei ci fosse ancora.
Non sempre, ma. E ho perso un'altra occasione per non comunicare, anche io.

pochi giorni fa ho spedito una lettera in belgio






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31 agosto 2013

"Bang bang, I shot you down. Bang bang, you hit the ground/Now he's gone. I don't know why And till this day, sometimes I cry"

Può capitare di avere una nostalgia struggente. A molti, come è stato per me ieri sera, può essere per un passato generico, nessuna persona luogo cibo. Mi chiedo però se il "movente" - il mio - sia frequente.

Venti giorni fa, nel paese in cui sto, c'è stato lo scandaluccio politico: un assessore ha lanciato una busta dell'immondizia dalla propria auto in movimento. Clamore, giustificazioni dell'accusato, giornali, commenti, sdegno e varie ed eventuali. Io? Sdegnata, sì (provo un sentimento più che un'opinione per ogni cosa), ma poi niente di più.
Qualche giorno fa, poi, leggo sul Corriere della Sera di un docente dell'università di Siena, ex BR, gambizzatore, che chiede di essere cancellato non ricordo più da quale elenco. E' stato un mio professore, l'ho visto spesso, c'ho chiacchierato al bar, una volta abbiamo anche passeggiato assieme dissertando di economia. Anche qui ho provato qualcosa: ho ridisegnato il suo viso e ho cercato di ricordare tratti di ferocia (niente), gestualità nevrotiche (forse), complessità sospette ('mbè, sì). Avevo già capito qualcosa? mah.

Ora, sembrerà strano, ma ieri sera - pensando alle due situazioni/persone - mi sono sentita "misera". Mi sono chiesta, arrabbiata: che cazzo di fine ho fatto?, ho cercato consolazione dicendomi che è meglio un sacchetto di rifiuti "giavellottato" di una pistola puntata dritta alle rotule di un dirigente Dc, e non mi è servito a niente. Ho trovato più alta l'omertà che attorniava il mio docente della bagarre che ha attorniato l'assessoruncolo. Proprio la laconicità del professore ho trovato più elegante della spocchiosità buffa del politicante indigeno. Stanotte sono stata arrabbiata, nostalgica fino alle lacrime, per la prima volta ho "rimpianto".
Eppure uno è un criminale, l'altro un fesso. Chi è meglio?

Non lo so, anzi lo so bene: nella mia testa una forte motivazione, fianco la follia che fa fare gesti che - oddio! -, valgono di più di una bravata. Per me la politica è appassionata più che assisa, è azione più che oratoria; è un modo di essere più che di appar-ecchiare. La mia curiosità è per gente che ha "commesso" e non per commessi di se stessi (ma, poi, si serviranno a dovere?), per chi ha una risposta a un perché?, non per chi di motivi non ne ha affatto. Ho bisogno di quel vivere, le persone in questione sono un pretesto.

Sì, le mie orecchie preferiscono un "colpo" (bang) a un tonfo (puf)






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17 agosto 2013

"perché le cose non vanno mai come vuoi tu/anzi è più facile cambino ancora di più/Così io ti prendo per mano e ti porto con me/perché a darsi un appuntamento che speranza c'è"

Volente o nolente, il quindici agosto sono sempre qui. Se non ci sono, se parto, è sempre dopo: dopo che tutti tornano da spiagge, ombrelloni, alberghi, case maiolicate e aperitivi e foto a go-go, amici - quelli dell'anno scorso, quelli di sempre -, parenti, alberghi e albergucci, città d'arte con 40°, barbecue.

Non so perché mi capiti, ci deve essere qualcosa di freudiano.
No, non è snobismo o parsimonia, non è il voler provare coscientemente quella strana stanchezza di testa che dà il proprio paese visto dalle serrande abbassate o il passeggiarci con le infradito e i capelli bagnati dall'ultima doccia refrigeratrice. Perché quella stanchezza c'è, e fa male alla schiena poi alle braccia e passa per gli occhi, infine, infine eh, va alla testa.

No no.

E non è nemmeno la curiosità di vedere gli indigeni "bizzarri" delle frazioni invadere la piazza centrale in cerca di mondanità, lì dove - giacca e cravatta - di solito ci sono i lavoratori e le donne con il tacco improbabile (e più bizzarro della bifolca in vacanza urbana). Giuro, no: mi basta un'angolazione di questo paese, diosolosa quanto mi basta.

Mi dimentico proprio di prenotare, procrastino, non prendo la valigia, mi trastullo - crudelmente - col pensiero che andrò. Spero quasi che qualcuno decida di me e per me, perché in vacanza sono vacante anche di iniziativa. Forse. Perché tutti i giorni, sì sì, decido.
Essì, sono una di quelle che vive la vita come una partita a scacchi - pezzi, mosse, emozioni per uno scacco, avanzate e ritirate - e quando non ci penso, ricordo che posso arroccarmi. Meglio: io provvedo (credo), non solo a me.

Comunque poi vado, e "torno tardi" ché mi sembra di essermi persa il primo giorno di scuola.

Sono sempre fuori tempo, ecco.
Capita.




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6 agosto 2013

è che nemmeno la punteggiatura voglio mettere come si deve (Chomsky)

è che fa caldo, è che le zanzare esistono e magari è giusto che sia così; è che il sole si muove troppo velocemente tra un'oasi urbana e l'altra; che un complimento scoccia quanto un'offesa se il tasso di umidità supera il 50%, è che amiamoci ma l'onanismo col sudore va meglio, no? e il blog non funziona, e partire mi va, è che non voglio tornare; le mura, dove sono le mura di questa città? essì, se proprio devo tornare voglio trovare tutto diverso. La mia soglia di tolleranza alle gesta originali banali normali è bassissima; non sopporto i tacchi (altrui) che superano i 3 centimetri sul livello del mare e quella pelle (sempre altrui) bruciata dal sole ma "no no, io i capelli non li bagno". Detesto la noia altrui, "perché quella di un altro non vale", la mia perché vale ancora meno e viene sempre - oddio oddio - scambiata per interesse. Come si fa, come si fa cazzo, a non capire che è solo strafottuta noia? E mi mancano le scale mobili di Piazza Dante, la metro di Roma e quella di Parigi con pochissime scale mobili; mi mancano i tamburi del palio, la spiaggia della Chiaiolella e il fruttivendolo all'angolo, prima della sabbia. Mi mancano i "vecchi antichi" e i bambini sudati con le macchie di mercuro cromo. Mi mancano uomini sorprendenti, come l'autore che sto leggendo e che - sì - mi ha baciata a via Chiaia, e donne sfatte come dopo l'amore che parlavano di statistica come fosse l'ultimo gossip. Mi mancano tante di quelle cose, mentre il sole è arrivato sulla mia oasi urbana. mi prende al collo. Lama rovente, cazzo.




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