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Diario
26 gennaio 2012
Il lettore che vorrei
Non scrivo per professione, non sono una scrittrice e non voglio diventarlo, ma lavoro con I Libri. Ho curato un'antologia, faccio l'editor, ma non è scrivere. Sono anche stata una di quelli che - dopo il “parto”,
quando il figlio/libro è stato ripulito vestito allattato – lo porta a
passeggio. Per “mestiere” ho stabilito chi doveva averlo tra le mani, ho saputo chi
probabilmente l'avrebbe letto, cosa ne avrebbe forse pensato (ero molto mirata). Ogni singola scelta
di invi(t)o che facevo era una sorta di “moltiplicatore”: se il libro
piaceva e quel lettore putativo ne parlava, allora la stessa
copertina, le tot pagine, le bandelle, avrebbero avuto altre impronte digitali,
diverse da quelle a cui potevo dare un nome e un cognome.
Per questi miei mestieri, mi sono inventata un gioco, che faceva in
altra veste Fellini quando divenne fumettista per La Domenica del
Corriere: cerco di immaginare chi sarà a leggere i libri che ho curato o inviato
(quelli che sento più miei).
Il mio lettore ideale deve tenere il libro
con una sola mano, facendo combaciare le pagine dispari con le pari,
deve piegarlo su se stesso. Nell’altra mano deve avere una penna o una
matita, per lasciare tracce del proprio passaggio tra quelle pagine,
quasi fossero strade parigine libere ai writer. Mentre legge deve
distrarsi soltanto per raccogliere il segnalibro che ogni tanto
scivolerà via. Deve avere un segnalibro diverso per ogni romanzo, della
libreria in cui l’ha acquistato. I segnalibri carini deve collezionarli e
tenerli come reliquie. Se non ha il segnalibro deve avere
un’accortezza: fare l’“orecchietta” una volta nell’angolo in alto e
un’altra giù, affinché il libro non diventi cicciotto in modo deforme.
Deve, il lettore dei miei sogni, alla fine del viaggio di carta,
scrivere nome (il suo) data e luogo in cui ha flirtato con l’anima
papiresca. Se non gli è piaciuto non lo deve fare, no, perché i libri o
li ami o li disconosci (per molti ci vorrebbe l’oblio). Vorrei che
leggesse in ogni luogo, che plasmasse quasi le proprie abitudini per
farlo: superare l’imbarazzo della solitudine su una panchina, prendere
il treno e non l’aereo soltanto per sentirsi giustificato
nell’(in)attività del libro, comprare una borsa più grande per averlo
dietro sempre. Vorrei che il libro del mio lettore fosse sporco, avesse
odori e macchie dei luoghi in cui è stato portato: un viaggio
viaggiatore, ecco. Il proprietario non deve avere l’amore da clichè per
il profumo del volume intonso. Il mio lettore deve essere espressivo,
deve avere un viso con una bella mimica facciale, che ha il suo
trionfo proprio mentre legge: deve sorridere, corrucciarsi, dire quei
“no” sussurrati come a scuola mentre suggeriva all’amico interrogato.
Non deve arrivare mai ad avere libri sul comodino, e non perché li
finisce in una notte o legge soltanto bignami della narrativa, ma perché
si addormenta mentre legge. La mattina deve cercarlo sotto il letto, il
libro.
Il mio lettore deve contaminare il
libro. Con la propria immaginazione, con tre aggettivi per definirlo,
col dissenso e con la tolleranza. Deve osservarlo come si fa con un
nuovo amore, notando i piccoli particolari, le virgole di troppo, quelle
che avrebbe aggiunto, i punti che “ci sarebbero stati proprio bene”.
Quando ha tempo vorrei avesse il desiderio – e lo facesse per davvero –
di rileggere alcune pagine, i passi che ha sottolineato. Il mio lettore
pensa ancora un po’, qualche giorno, a ciò che ha letto. Lui guarda con
un occhio diverso ciò che lo circonda dopo ogni libro, chissà perché.
Ha una strana presunzione come di chi ha vissuto tanto, chissà percome.
Il mio lettore ideale legge perché non potrebbe fare altrimenti. E alla parola “fine” ha una dolce stanchezza.
“Uomini capaci di parlare di baseball
e di pugilato mentre parlavano di libri.
E parlare di libri come se ci fosse qualcosa in gioco.
Che non aprivano un libro per adorarlo
o per sentirsi nobilitati o per dimenticare il mondo che li circondava.
No, che “boxavano”col libro”
(Philip Roth – Ho sposato un comunista)
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