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"mi fanno male i capelli" (Deserto rosso)

E'un po' che penso all'incomunicabilità, paradossalmente proprio adesso che incontro moltissime (troppe?) persone, proprio in un'epoca di iperdialogo (WhatsApp, altra sferzata): proprio ora che ho la testa piena di chiacchiere.

Sarò diventata io sorda o sciocca (chi può dirlo e perché escluderlo?), però è troppo tempo che non ascolto (piccole)grandi storie, che non son stata sorpresa da frasi indimenticabili, commoventi o da risate spanciate. L'ultima volta questa estate con lui in auto, ma qui si vince a mani basse.

Il punto è che c'è confusione, non capiamo o non vogliamo capire cosa ci stanno chiedendo, sbagliamo le domande, non cogliamo i toni, preferiamo comunicare attraverso buonanni (e si può desiderare veramente un anno fantastico per chiunque? cazzo, lo trovo così qualunquista e formale...), buonatali, tantiauguri, tuttobene, che correre il rischio di stabilire un rapporto sincero. Ed essere sinceri in un dialogo non vuol dire da domani sei il mio miglior amico, ma - mi sa- essere il miglior amico di se stesso, dribblando la banalità e il rischio di essere stramaledettamente noiosi.

Se dico "ciao" e non mi fermo, allora è "ciao", punto.

Se dico "ciao", ti abbraccio e non mi spingo a un "come stai?", voglio che tu sappia che di te mi interessa, ma non è il momento per dirmi "come ti butta".

Se ti chiedo "come stai?", devi dirmi come stai, non mi devi liquidare con un "tutto bene"; devi rischiare che io usi tutto contro di te o ne faccia un tassello per un'amicizia o dimentichi un attimo dopo, come un libro di cattiva letteratura, di quelli dove il protagonista è un redivivo Remì a cui muore la scimmietta e si piange addosso, oppure dove c'è un supereroe poco credibile, un conquistatore "ingravidabalconi", una femminista piccolo-borghese, un parveneu punito da soldi facili. E ti prego, se ti chiedo "come stai?", non farmi nomi e cognomi, raccontami una storia e tanti pensieri: non mi annoiare.

Se ti dico "senti odore di brioches?", vuol dire che forse non ti sto ascoltando più: ricordalo.

E se mi chiedi come sto, allora ascolta la risposta altrimenti - ricordi? - esistono i rapidi "ciao", eh.

E se mi dici "ciao" e non siamo amici, basta un'alzata o al massimo una stretta di mano: non son tipa da "carissima, ciao, smack smack".

Non mi riservare invidia, la felicità è un bene divisibile all'infinito; se mi vedi piangere, sentiti onorato (io lo sono per quelle di chiunque), non mi chiedere "chi?", ché chi non importa, importa come. Riporterai i miei pensieri? poco male: ho scoperto le carte, io. Se ti domando "cosa ne pensi?" non assecondarmi: non credo al pensiero unico. Non ti annoierò, giuro, o cercherò di capire se "senti odore di brioches".

Parliamoci sinceramente di niente.

E parliamo piano, con toni bassi, come Manuel Fantoni mentre racconta di un cargo battente bandiera liberiana

Pubblicato il 5/1/2014 alle 9.45 nella rubrica clik clak: isobel reporter.

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